Le Persone hanno bisogno che tu definisca te stesso, in modo che possano mettere una cornice al tuo volto, classificarti a seconda del proprio protocollo interiore. Alias Barbara Z. è così, poi così. e anche così, ecc. Io non amo definirmi, nel limite del possibile non lo faccio nemmeno con gli altri. Mi piace che gli Esseri Umani e Viventi, mi possano Sorprendere. Capita spesso. Non c’è niente di più bello che rimanere sorpresi da ciò che non ti aspetti. Pertanto lungi da me definirmi scrittrice. Sono una che scrive. Punto. Mi distrae, mi diverte, mi aiuta nei giorni neri. E la mia scrittura mi sorprende. La mano scrive, ma non sono io quella che le dà l’ordine di farlo. E’ qualcosa che non posso, non so spiegare. Certo è che ho centinaia di cartelle di racconti. Questo è quello che ho riletto oggi. Mi piace. Se non fossi stata io a scriverlo, potrei dire che mi sarebbe piaciuto leggerlo. E così in realtà è stato. L’ho scritto nel 2017.

Kimono con camelie

L’ho sempre saputo che sarebbe andata a finire così. Un delinquente come me, non poteva che essere  ripescato nell’Hudson con la faccia crivellata da una Smith & Wesson. Gli investigatori avrebbero controllato la mia fedina penale e chiuso il caso in due giorni. Nessuno avrebbe aperto un indagine per trovare i colpevoli, ero semplicemente uno di meno su questa dannata terra a cui dare la caccia.

Un pesce piccolo non può permettersi nessun errore se non vuole finire in pasto ai pesci grandi, e io avevo sbagliato.  Mentre aspettavo che i vertici decidessero la mia sorte, ho guardato e riguardato migliaia di volte quella scena, dandomi dell’idiota.

Era iniziato tutto una mattina di marzo del 1948. Stavo sorseggiando, ancora in vestaglia, la mia tazza di caffè slavato e vidi la busta gialla  infilata sotto la porta. Era così che mi arrivavano gli incarichi. Nessun nome, nessun indirizzo, nessun timbro, solo una semplice busta gialla con  le istruzioni. Non ho mai saputo chi erano i miei datori di lavoro, eseguivo e basta. Era stato un mio vecchio amico a passarmi il gancio, anche lui finito male. Di solito lavoretti di facile esecuzione, almeno per uno come me. Non avevo scrupoli ad ammazzare qualcuno a sangue freddo,  buttare una bomba in un locale, appostarmi al buio e riempire di botte la mia vittima. Il giorno successivo, puntuali come un orologio, mi lasciavano nella cassetta nr.14 della Victoria Station, il mio pacchetto di verdoni. Questa era la mia vita.

Il biglietto riportava: OPERAZIONE KIMONO. SEGUIRE DONNA CON KIMONO NERO IN PARTENZA DALLA SOUTH STATION DI BOSTON, IL 13 MARZO, ORE 09.40, BINARIO 118,  DESTINAZIONE NEW YORK, VAGONE 3 PRIMA CLASSE.  SEGUIRE IL SOGGETTO, COMUNICARE IMMEDITAMENTE INDIRIZZO AL SOLITO NUMERO. ATTENDERE NUOVE ISTRUZIONI. STOP.

Nella busta c’era il mio biglietto di prima classe andata e ritorno New York/Boston. Quella mattina South Station, brulicava di gente: eleganti uomini d’affari,  belle signore con voluminosi set di valigie e i soliti accattoni infreddoliti che allungavano le mani per qualche spicciolo. Alla banchina 118, la notai subito,   portava un inconfondibile kimono nero ricamato con delle camelie rosa, i geta ai piedi e una larga mantella che la proteggeva dal primaverile freddo bostoniano. I capelli a chignon, il volto bianco e le labbra rosse, le conferivano un’aria da bambina innocente,  una donna senza tempo.

Ma che diavolo di storia era quella, che ci facevo lì,  io che sapevo solo menar le mani, che non mi tremava nemmeno il labbro quando premevo il grilletto. Cosa c’entrava un bastardo come me con quella donna indifesa abbigliata come se il tempo si fosse fermato. Io un codice d’onore ce l’avevo, io una donna non l’avrei mai ammazzata.

Il capotreno fischiò e la donna dal kimono nero, salì con la grazia gli scalini del treno. Si sedette nel vagone di prima classe, estrasse dalla borsetta un piccolo ventaglio ed un libro e si immerse nella lettura. Nonostante il freddo pungente, sul treno faceva un caldo infernale, come al solito l’impianto si era bloccato e la donna dal kimono cominciò a muovere con lentezza il suo ventaglio. Mi accomodai tre file più avanti per poterla osservare senza dare nell’occhio. Solo una volta lei mi rivolse lo sguardo, con tale intensità, che dovetti distogliere il mio. In quelle lunghe interminabili ore, mi sono chiesto mille volte, quale fosse il suo segreto, doveva essere per forza qualcosa di grosso se avevano deciso di assoldare un sicario. Forse era una spia che poteva rivelare informazioni importanti sull’organizzazione, forse lei e i suoi complici li avevano derubati di qualcosa di così prezioso che valesse la pena di ucciderla, forse era l’amate del capo e voleva solo sapere dove stesse andando. Ogni tanto la donna estraeva dalla manica del kimono un piccolo fazzoletto con il quale si umettava il labbro superiore, oppure portava alla bocca una boccetta dalla quale  beveva a piccoli sorsi un po’ d’acqua  facendo attenzione a non poggiare le labbra per non rovinare il trucco. Poi inclinò la testa e si appisolò. Poco prima dell’arrivo alla Victoria Station, si alzò e si diresse verso il bagno lasciando sul sedile la mantella e la borsetta. Nel frattempo i viaggiatori cominciarono ad accalcarsi lungo il corridoio al punto che ebbi un’accesa discussione con un attempato signore, che con le sue ingombranti valigie e la robusta corporatura, mi impediva la vista e il possibile avvicinamento della porta del bagno. Il treno con uno stridore di freni cominciò  lentamente a rallentare e poi si fermò. I viaggiatori iniziarono a scendere, e la certezza che la donna del kimono sarebbe tornata a riprendersi i suoi oggetti cominciò a svanire e tramutarsi in un’ansia crescente. Quando il vagone rimase del tutto vuoto,  per la prima volta mi resi conto che mi aveva fregato. La porta del bagno era spalancata e di lei nessuna traccia. Tornai nel vagone  in preda ad una furia rabbiosa, ma quando vidi la mantella sentii un bisogno irrefrenabile di sentire il suo odore e  tuffai il mio volto in quel morbido tessuto, annusando un profumo dolce, di vaniglia e di rosa. Poi svuotai la sua borsetta e disperato sfogliai  il libro rimasto sul sedile, dal quale scivolò un piccolo fiore di camelia essiccato. Scesi dal treno e freneticamente la cercai dappertutto. Non so se avete presente Victoria Station all’ora di punta: migliaia di teste, di bagagli, di facchini e carrelli, e gli altoparlanti urlano orari e  treni in partenza ogni secondo. Ma lei si era dileguata nella folla.

Non ho mai avuto pietà, ne compassione, non ho mai esitato quando premevo il grilletto, non mi sono mai chiesto se avevano figli, né mogli che avrebbero aspettato invano il loro ritorno, sparavo e basta. Poi giravo i tacchi e me ne andavo. Non mi è mai scesa una goccia di sudore lungo le ascelle, non ho mai avuto un tremore, un rimorso, eppure quel giorno quando sollevai la cornetta per comunicare che la donna del kimono era scomparsa, dovetti ricomporre il numero tre volte, le mie dita erano come impazzite.

La mattina mi piaceva bere il caffè a casa, fumarmi la mia prima sigaretta guardando dalla finestra la gente e la vita in movimento. Ma quel giorno, cioè dopo quel  giorno maledetto, non era rimasto nemmeno un fondo di caffè da riscaldare. Scesi da Johnny. La sua bettola  puzzava di cipolle e roba fritta, ma era sempre aperta, di giorno e di notte e Johnny era sempre lì. Quando non c’era nessuno qualche volta Johnny mi raccontava di suo figlio. Un ragazzo un pò suonato,  che ballava e cantava da solo per la strada, che si tirava giù i pantaloni davanti alle vecchiette, così maldestro che non riusciva ad aiutarlo nemmeno a scaricare la merce dal furgone. Johnny per quel figlio ci aveva perso la testa. E io che non ho saputo amare nessuno, nemmeno un gatto, figuriamoci un essere umano, per Johnny provavo un’immensa tenerezza, per quel dolore di quel figlio perduto che portava pesante nel cuore. Ma quel giorno, proprio avevo altro per la testa che il figlio stordito di Johnny. Ordinai il mio caffè e cominciai a sfogliare il New York Times, e rimasi senza parole. Lì sulla pagina, fra centinaia di notizie di cronaca,  la donna dal kimono nero sorrideva a William O’Dwyer, Sindaco di New York, che le porgeva, con un piccolo inchino un mazzo di camelie bianche.  La didascalia riportava: ”il Sindaco William O’Dwyer, omaggia la Sig.ra Yayoi Kusamache, con una mazzo di camelie, fiore che simbolicamente rappresenta  l’impegno ad affrontare ogni sacrificio in nome dell’amore per l’umanità. La procura di New York grazie alla preziosa collaborazione della  Sig.ra Yayoi Kusamache, è riuscita a interrompere la tratta di molte giovani del sud-est asiatico dedite alla prostituzione, sgominando una delle gang più efferate della città”

Sorrisi e pensai che era stata una fortuna che lei fosse riuscita a depistarmi. Pochi giorni dopo il mio corpo galleggiava nell’Hudson e quando frugarono nella mia giacca, gli investigatori sbigottiti trovarono un fiore di camelia

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