Questo è il racconto per il quale sono stata premiata 7 anni fa al San Barnaba di Brescia…quale testimone di vita vissuta. 

Non stavo per niente bene: la depressione, mia compagna di banco da quando ero bimba (…era troppo il dolore per il distacco dalla Mia Omi – la mia nonna materna), mi affaticava.

Generalmente perdevo circa 10 kg in meno di 3 settimane. Me ne accorgevo subito: non avevo fame, cucinavo solo per la mia famiglia, e man mano non ero più in grado di fare quasi nulla. Col tempo ho imparato che dovevo solo starci dentro la Cosa (circa 3 mesi), prendere qualche “pozione magica”, andare nel laboratorio con Augusta e continuare a modellare, a modellare l’argilla.

Ok. Dai Baby, dai Baby che.. ce la fai.

Lo so che stai morendo, anzi che sei Morta, ma vedrai che poi il sole tornerà…tornerà ancora e per Te…come l’Estate… E poi… i tuoi bimbi come faranno se non ce la fai?

Mai ho pensato al suicidio, nemmeno una volta. Alla morte sì, perchè in verità già Morta ero.

Questa è la mia Storia (un tratto dei tanti che potrei raccontarvi).

Cacciatrice di sogni

Mi definisco una “cercatrice di sogni”, ne vado a caccia sondando dentro me ogni emozione, ogni singola ribellione che magicamente innesca la mia immaginazione facendomi disegnare sulla tela del futuro la vita che vorrei per me, per i miei figli, per le persone che amo.

Ma i sogni sono una merce deperibile, le delusioni, l’amarezza, i tradimenti, la fatica di vivere li avvizzisce in fretta e una volta sfioriti…scompaiono.

Ho imparato a custodirli, a maneggiarli con cura perché mi possano cullare quando la buona sorte è avversa o portarmi con loro sulle strade avventurose della vita quando le energie me lo permettono.

C’è stato solo un periodo della mia vita nel quale non erano riusciti a fare capolino nei miei pensieri. Non ce n’era nemmeno l’ombra. Il destino me li aveva rubati tutti, uno ad uno con colpi da gran maestro.

Era un pomeriggio di novembre quando, nell’ovattato ambulatorio dell’Ospedale Civile, avevo ricevuto la diagnosi che aveva tolto per sempre il passaporto della normalità al mio bellissimo bambino. Ho camminato, fino a consumarmi le suole, lungo strade piene di solitudine, di sgomento, talvolta di disperazione. Le lacrime che avevo, le ho piante tutte in quegli anni: come aprivo bocca, quasi avessero una loro autonomia, sgorgavano senza preavviso, a tutte le ore del giorno, in qualunque luogo e con chiunque fossi.

Non avevo ancora imparato che “l’imprevisto” è un ospite che non si annuncia, entra senza bussare e quando arriva non c’è castello fortificato che tenga.

Sognavo di avere la forza, la perseveranza dei genitori di Lorenzo, che nel film che  racconta la loro storia avevano trovato l’olio miracoloso per riuscire a salvare il loro bambino. Ma io “l’olio di Lorenzo” non l’ho mai trovato. Ed ho scandagliato incessantemente, macerandomi nella colpa, ogni minuto della vita di mio figlio, per capire dov’era l’errore che avevo commesso. Intanto l’impotenza aveva fatto crescere il risentimento che come una gramigna infestava i miei pensieri fino a soffocarli, fino a quando…non respiri più.

Da piccolo, mio figlio era insensibile al dolore, le ferite che si procurava gli impedivano di valutare il pericolo ed il dolore, quell’istinto primitivo e indispensabile che ci permette di  sopravvivere, non riusciva ad innescare le difese, l’auto-protezione.

Ricordo che un pomeriggio avevo deciso che non l’avrei portato al consueto appuntamento del parchetto, quel giorno i lividi che si era procurato erano davvero troppi, temevo che qualcuno pensasse che potessi esser io la sua aguzzina.

Lo guardavo nel sonno e accarezzavo la sua testa, il suo volto, pensavo che… forse tutto era solo un’allucinazione, un brutto sogno da cui mi sarei presto risvegliata e che forse domani avrebbe imparato a parlare, forse a leggere, che non avrei dovuto tutta la vita chiedere aiuto a qualcuno.

Furono anni quelli, nei quali molte cose avevano perso il loro senso, le certezze erano state polverizzate, il futuro era ammanettato. Non so quando e chi, ma qualcuno mi aveva fregato: avevo comprato un biglietto per un viaggio avventuroso, il mondo come meta, pronta alla  scoperta, ma ero rimasta ferma in una stazione affollata dove tutti parlavano una lingua incomprensibile e nessuno sapeva indicarmi da che parte andare a prendere il mio treno.

Poi, un giorno, sono scivolata in un buco nero, in un inferno dove le fiamme e il fuoco dell’angoscia bruciavano ogni speranza, dove nessuna luce illuminava nessun sentiero, dove la paura e la colpa aprivano le enormi fauci e cominciavano a divorare tutto, fino all’ultimo desiderio.

A volte, mi accade ancora. Quando il mio sistema di autodifesa si inceppa, quando la fatica è troppa, quando non sono stata sufficientemente veloce a parare i colpi ed a raccontarmi una storia migliore: è un pugno in faccia, un KO tecnico. Lentamente divento trasparente e poi sparisco, inghiottita dall’oscurità.

Solo una volta, invece del buio avevo incontrato una luce abbacinante che mi tormentava anche di notte e quel dolore stipato dentro i magazzini della mente si era armato di parole con le quali fustigavo chi mi aveva fatto soffrire. Riaffioravano senza sosta le amarezze, le delusioni cocenti, i dolori dimenticati, mentre i sogni come impazziti premevano per una boccata d’aria. Avevo vissuto troppo a lungo in una sorta di apnea esistenziale, avevo anestetizzato il dolore per non sentirlo e lui, fiaccato dalla mia noncuranza, si era ribellato. Ma quella luce, come era arrivata se n’era andata da un giorno con l’altro, lasciandomi sola sul campo di battaglia.

Dopo la disfatta, per curare le ferite, mi ero rivolta ad uno psichiatra ermetico e silenzioso. Durante le sedute chiudeva gli occhi: avrei giurato che stava dormendo, ma improvvisamente si risvegliava e mi regalava piccole metafore che, disperata com’ero, non comprendevo affatto. Cercavo di indurlo a darmi una definizione, una giustificazione scientifica di quello che mi era accaduto: per potermi sentire meno responsabile, avevo bisogno di sapere che il nemico era qualcosa di incontrollabile, fuori dai miei confini e non una specie di collaboratore ingrato alle mie dipendenze. Invece, lui sorvolava, evitava  la trappola della diagnosi che mi avrebbe distolta dal bisogno di indagare i miei conflitti interiori per i quali nutrivo un autentico terrore.

Mi raccontò, lo psichiatra, storie che ricordo ancora oggi, come quella di Spartaco, lo schiavo illuminato che per liberare i suoi compagni ne portò alla morte migliaia, mi raccontò di buone intenzioni e di pessime strategie. Paragonò la mia mente ad una specie di Santa Barbara, di polveriere dove vengono stipate armi, munizioni e polvere da sparo, dove basta una piccola fiammella per far esplodere tutto. Ma avevo un bisogno urgente di soluzioni immediate, di cerotti per riparare al più presto la mia piccola vita distrutta. Le allegorie non mi bastavano e dopo qualche mese smisi di andarci.

Il dolore negato per soffrire meno è quello cha fa più male e che prima o poi presenta il conto con gli interessi. I sogni repressi, la rabbia e la frustrazione per una vita che non era andata come avrei voluto, si erano organizzati e mi avevano chiesto di essere risarciti.

Mi aveva tradito la convinzione che la felicità potesse essere meritata, che bastava impegnarsi tenendo a bada le emozioni, mediando ogni giorno con le cose della vita.

Ma non era stato così. 

Siamo surfisti della vita, cavalchiamo le onde cercando di mantenere l’equilibrio, ma ogni onda è diversa anche se il mare è lo stesso: a volte si possono domare, a volte ci travolgono.

Ho vissuto anni di disorientamento e di cocci rotti, poi… le pozioni magiche, che sono un toccasana per chi soffre, il balsamo curante del tempo e l’amore, quello di chi mi ha amata sempre, nonostante tutto, mi hanno restituita a me stessa, intera.

Mi hanno aiutato le parole ritrovate, le mie e degli altri, soprattutto quelle delle madri, spesso le uniche che trovano il coraggio di spogliarsi per mostrare le loro ferite e… ogni lacrima condivisa è diventata una carezza. Ho frequentato a lungo il loro dolore, a volte straziante, per non sapere che il mio è solo un piccolo livido e ho imparato che dobbiamo avere le nostre “stanze delle meraviglie” dove poter gioire e dove riposarci dalla fatica, tessere ancora tele di sogni per rigenerarci.

Mi sono sentita autorizzata a riprendermi cura di me, dei miei desideri, a cercare le mie isole private.

A volte il confronto con la quotidianità è ancora doloroso: quando sono costretta a smantellare i legittimi desideri di mio figlio, a mostrargli una realtà dove non c’è posto per tutti. Ogni simbolico schiaffo che ha preso, mi ha fatto sognare che meritasse altro e che il mio compito fosse quello di costruire per lui e per altri ragazzi come lui, uno spazio dove le fragilità non rappresentassero un divieto d’accesso, ma un invito alla scoperta della diversità umana.

Credo che il grande potere visionario dei sogni alimenti la speranza che ci dona la forza per realizzarli e che ci conduca ad incontrare l’inaspettato, questa volta non più l’uomo nero che ci porta via i figli, ma quello che ce li restituisce per essere amati così come sono.

Qualcuno mi ha detto che se mi rassegnassi, smettessi di credere che alla mia anima basterebbe una carezza, potrei risparmiarmi questi viaggi di andata e ritorno nell’oscurità.

Forse ha ragione, ma la mia Anima è ribelle, recidiva e sa che semplicemente è solo un pò ammaccata, che prima o poi vincerà il dolore dell’impotenza, l’unico nemico da sconfiggere.

Oggi cammino su un mio sentiero pieno di luce, ma non di quella accecante che fa perdere la rotta.

Penso di meritarmelo.

Ho lavorato giorno e notte per questo, faticato duramente, mi sono svegliata all’alba per piantare semi nei campi, ho innaffiato con speranza all’imbrunire.

Ora la vita mi ripaga, regalandomi spighe di grano e, se non me le porta in grembo, me le vado a raccogliere.

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